Silent People

Movimento Non Allineato Menti Libere

TX-2017

È confermato: USA e Israele stanno organizzando un'azione via terra per la conquista delle isole iraniane nello Stretto. L'Iran ha già deciso la risposta. Sul tavolo c'è un piano per operazioni anfibie in territorio emiratino.

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ArticoloPiano anfibio iraniano sugli Emirati: la risposta alla conquista delle isole è già decisa
Non è più un’ipotesi. Gli Stati Uniti e Israele stanno organizzando in modo concreto un’operazione via terra per prendere il controllo delle isole iraniane nello Stretto di Hormuz. La notizia è nota ai principali servizi di intelligence della regione. La preparazione è in corso. L’Iran non aspetta di essere colpito per decidere come rispondere. Il piano iraniano è già stato approvato. Prevede operazioni anfibie in territorio emiratino. La scelta del bersaglio non è casuale: gli Emirati sono la piattaforma logistica e politica che ha reso possibile l’organizzazione dell’offensiva americana e israeliana. Colpire il territorio emiratino significa colpire il supporto strutturale dell’operazione, non solo rispondere a un attacco. Da questo momento la situazione negli Emirati può cambiare rapidamente. Tutto dipende dalle azioni che la leadership emiratina sceglierà di fare nelle prossime ore. Se gli Emirati partecipano attivamente all’operazione sulle isole, la risposta iraniana scatta. Se provano a prendere le distanze nell’ultimo momento, il piano potrebbe essere sospeso o ridimensionato, ma la fiducia tra Abu Dhabi e Washington si rompe in modo difficilmente recuperabile. Non esiste una via di uscita comoda. Gli Emirati hanno costruito la loro posizione attuale su scelte che li hanno portati dentro un conflitto che ora rischia di arrivare fisicamente sul loro territorio. Un’operazione anfibia iraniana negli Emirati sarebbe uno sconvolgimento senza precedenti per un paese la cui economia dipende dalla percezione di stabilità e sicurezza. Turismo, finanza, logistica, tutto si ferma nel momento in cui le immagini di un’operazione militare sul suolo emiratino escono sui mercati internazionali. Prestare la massima attenzione a quello che accade nelle prossime ore.
TX-2016

I confini sono diventati elastici. Il diritto internazionale non c'è mai stato così solo.

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ArticoloDalla terra allo stato non si torna: la narrativa che sta riscrivendo il diritto internazionale
Israele non ha una costituzione. Non è un dettaglio tecnico: è una scelta politica che dice qualcosa di preciso sul tipo di entità che Israele vuole essere. Uno stato con una costituzione ha confini definiti, diritti codificati, un perimetro giuridico riconoscibile. Uno stato senza costituzione può ridefinire se stesso in modo permanente. E oggi Israele ha scelto di ridefinirsi attraverso una parola sola: terra. Non territorio, non stato, non confini. Terra. La differenza non è semantica: è giuridica e politica. Il territorio è un concetto del diritto internazionale: ha coordinate, ha trattati, ha riconoscimenti. La terra è un concetto biblico, storico, emotivo. Non ha confini perché non ne ha bisogno. Tutti i partiti israeliani, senza eccezione, parlano oggi di terra. Nessuno parla più di stato nei termini del diritto internazionale. Trump usa esattamente lo stesso registro. Quando parla di Groenlandia, Canada, Messico, non usa il linguaggio della politica estera. Usa il linguaggio della conquista territoriale. Terra da prendere, terra da controllare, terra che appartiene per ragioni che stanno al di sopra dei trattati. Due leader diversi, la stessa struttura narrativa. Non è una coincidenza. Questo linguaggio si sta diffondendo. Alcune monarchie arabe, che fino a ieri usavano il vocabolario diplomatico convenzionale, cominciano a parlare di isole, di acque, di zone da controllare usando gli stessi termini. Quando i tuoi avversari conquistano con il linguaggio della terra, o adotti lo stesso linguaggio o resti indietro. I confini in questa dinamica non spariscono: diventano elastici, negoziabili, soggetti alla forza del momento. L’Italia osserva in silenzio. Non è neutralità: è complicità passiva. Quando una narrativa che viola le basi del diritto internazionale si afferma senza opposizione nei consessi internazionali, il silenzio degli stati che potrebbero parlare diventa parte del problema. La retorica della terra non è solo propaganda: è la preparazione giuridica e culturale alla prossima conquista. E funziona meglio quando nessuno la chiama con il suo nome.
TX-2015

Ieri la marina USA ha ucciso 5 civili nello Stretto di Hormuz, scambiandoli per imbarcazioni militari; successivamente Donald Trump ha dichiarato di aver affondato unità dell’IRGC.

TX-2014

Il ministro degli Esteri spagnolo ha dichiarato che la Spagna non parteciperà ad alcuna azione militare contro l’Iran.

TX-2013

I prezzi globali del carburante per aerei sono aumentati drasticamente dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz e la crisi energetica, costringendo le compagnie aeree ad alzare i prezzi dei biglietti.

TX-2012

Avviso urgente degli Stati Uniti ai propri cittadini in Kurdistan e Iraq: non recatevi in Iraq per nessun motivo; chi si trova nel Paese deve lasciarlo immediatamente.

TX-2011

Un aereo cisterna statunitense KC-135 ha inviato un segnale di soccorso ed è scomparso dai radar nello spazio aereo tra Qatar e Abu Dhabi,un elicottero SAR sta perlustrando la zona.

TX-2010

Interruzione del segnale GPS segnalata nello Stretto di Hormuz

TX-2009

Il Pakistan condanna fermamente gli attacchi missilistici e con droni contro infrastrutture civili negli Emirati Arabi Uniti avvenuti la scorsa notte.

TX-2008

Secondo fonti iraniane, la U.S. Navy non avrebbe preso di mira motovedette del IRGC , ma avrebbe aperto il fuoco contro due navi cargo civili che trasportavano merci dall’Oman all’Iran.

TX-2007

Alta tensione nel Golfo Persico: segnalate anomalie GPS e intensa attività aerea USA tra Iraq e Giordania. L’Iran è in stato di massima allerta.

TX-2004

Negli Emirati è cominciato l'incubo del tradimento. Le intelligence e le monarchie della regione stanno iniziando a chiedersi: chi ha stretto la mano all'Iran dietro le quinte? Ogni paese arabo che parla di neutralità è adesso un sospettato.

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ArticoloIl sospetto del tradimento: negli Emirati la neutralità araba diventa un’accusa
Dentro le stanze delle intelligence emiratine e nelle corti dei principati del Golfo sta prendendo forma una domanda che nessuno pronuncia ad alta voce ma che tutti stanno facendo: c'è qualcuno che ha parlato con Teheran? C'è un paese arabo che, mentre partecipava alle riunioni della coalizione, stringeva accordi separati con l’Iran? Il segnale che alimenta questo sospetto è la neutralità. Quando un paese della regione dichiara di non voler prendere parte al conflitto, la lettura emiratina non è quella di una scelta prudente: è quella di un tradimento in corso. La neutralità, in questo momento, viene percepita come una copertura diplomatica per relazioni sotterranee con Teheran. E questa percezione sta avvelenando i rapporti interni al mondo arabo. Le monarchie del Golfo che hanno scommesso sull’offensiva contro l’Iran si trovano ora in una posizione psicologicamente insostenibile. . È più facile cercare un traditore. Questo tipo di paranoia, una volta entrata nei sistemi di intelligence, è molto difficile da fermare. Produce sospetti, produce controlli, produce rotture.
TX-2003

Droni starebbe prendendo di mira siti negli Emirati Arabi Uniti; esplosioni segnalate ad Abu Dhabi.

TX-2002

La Cina ha dichiarato di non riconoscere le sanzioni unilaterali statunitensi contro paesi terzi e ha rafforzato i rapporti commerciali con nazioni come Iran e Russia.

TX-2001

Il gruppo di hacker “Handala” ha annunciato di aver condotto un’operazione informatica avanzata contro il porto strategico di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, pubblicando migliaia di documenti riservati.

TX-2000

Gli Emirati continuano a sequestrare beni di cittadini iraniani ed effettuano espulsioni arbitrarie.

TX-1999

Esplosioni segnalate negli Emirati

TX-1998

Gli Emirati hanno scelto la strada dell'aggressività: lobby di guerra, accordi con Israele contro l'Iran, basi logistiche americane, raccolta di intelligence. L'Iran aveva lanciato avvertimenti.

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ArticoloGli Emirati e il prezzo di una scelta
Dopo la fine del conflitto precedente, Abu Dhabi e Dubai hanno deciso di cambiare postura. Invece di mantenere il ruolo di hub commerciale e finanziario neutrale che aveva garantito loro decenni di crescita, hanno abbracciato un approccio attivo e aggressivo nella politica regionale. La scelta non è stata casuale: è stata costruita nel tempo attraverso accordi, lobbying e posizionamenti militari. Sul piano politico, gli Emirati hanno sviluppato una rete di pressione attiva nei confronti delle cancellerie occidentali per sostenere posizioni ostili all’Iran, incitando alla guerra come soluzione alla questione del potere regionale. Sul piano militare, hanno stretto accordi operativi con Israele che includevano componenti dirette contro l’Iran, ospitando movimenti logistici americani sul proprio territorio e diventando un nodo fondamentale della rete di intelligence della coalizione. Sul piano economico, hanno partecipato a iniziative pensate per sfidare l’equilibrio petrolifero della regione, minacciando indirettamente la posizione dell’Iran nel mercato energetico del Golfo. L’Iran aveva risposto con avvertimenti precisi e documentati. Teheran aveva comunicato attraverso canali diplomatici e dichiarazioni pubbliche che una trasformazione degli Emirati in piattaforma ostile avrebbe avuto conseguenze. Quegli avvertimenti sono stati ignorati, probabilmente con la convinzione che l’ombrello americano e israeliano fosse sufficiente a garantire l’impunità. Oggi quella convinzione si sta scontrando con la realtà. Gli Emirati si trovano in una posizione che non avevano calcolato bene: troppo esposti per tornare alla neutralità, troppo vulnerabili per sostenere un conflitto prolungato. Il turismo, la finanza, gli investimenti esteri che costituiscono l’ossatura dell’economia emiratina non reggono in un contesto di guerra aperta. La parte della leadership che aveva spinto per l’aggressività aveva sottovalutato un principio elementare dell’intelligence economica: la vicinanza geografica a un conflitto ha sempre un costo, e quel costo cresce in modo esponenziale quando si è passati da spettatori a protagonisti.
TX-1997

Sirene d'allarme riattivate negli Emirati

TX-1996

Trump sta usando intermediari e politici per convincere gli armatori a transitare nello Stretto di Hormuz. Un comandante di nave ha già risposto pubblicamente: ma cosa state dicendo? Ogni nave che passa è un'esca.

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ArticoloGli armatori come esca: intermediari, politici e un capitano che ha detto no
Washington non sta lavorando da sola. Per convincere gli armatori privati a far transitare le loro navi attraverso lo Stretto di Hormuz vengono usati intermediari e figure politiche, non solo canali diplomatici ufficiali del Dipartimento di Stato. La pressione arriva da più direzioni, con argomenti che mescolano l’appello alla libertà di navigazione, interessi commerciali e la retorica dell’operazione umanitaria. Non tutti hanno accettato in silenzio. Un comandante di nave, contattato nell’ambito di questa campagna di convincimento, ha risposto pubblicamente con una domanda diretta: ma cosa state dicendo? La reazione dice tutto su come viene percepita la proposta da chi conosce lo Stretto e sa cosa significa portare un equipaggio in quelle acque in questo momento. Non è un atto di navigazione commerciale. È un atto di guerra sotto copertura civile. Il meccanismo rimane lo stesso. Se una di quelle navi viene attaccata, da forze iraniane o con un’operazione sotto falsa bandiera attribuita all’Iran L’Iran lo sa e tiene la posizione. Ma ogni risposta iraniana, qualunque essa sia, sarà usata. Sparare contro una nave civile straniera è un errore strategico irreparabile. Non sparare significa cedere il controllo operativo dello Stretto. Trump ha costruito una situazione in cui qualsiasi mossa iraniana produce un risultato favorevole agli americani. Il capitano che ha detto no ha capito la partita meglio di molti governi europei.