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Sono in corso raid statunitensi contro obiettivi in Iran. Entro poche ore è previsto anche l'avvio del blocco navale. La situazione è in continua evoluzione.

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A Teheran circola un manifesto della vendetta che raffigura anche la presidente del Consiglio italiana. Roma tace e sottovaluta: l'Italia ha bruciato la sua neutralità ed è entrata in una spirale di minaccia costante.

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ArticoloIl manifesto della vendetta e l'Italia allo scoperto: atto d'accusa contro un governo complice
A Teheran circola un manifesto della vendetta. Tra i volti rappresentati c'è anche quello della presidente del Consiglio italiana. La reazione delle cosiddette élite politiche romane è stata il nulla: nessuna analisi, nessuna presa di coscienza, nessuna domanda su come l'Italia sia finita in quella galleria. Questa non è prudenza. È sottovalutazione totale, ed è essa stessa un dato di intelligence: un Paese che non legge i segnali diretti contro di sé è un Paese esposto. LA FINE DELLA NEUTRALITÀ, ANCHE DI QUELLA IPOCRITA Per decenni l'Italia ha goduto di una neutralità ipocrita ma funzionale: anche gli Stati considerati "canaglia" la trattavano come terreno neutro, perché Roma garantiva il minimo sindacale della mediazione. Quella rendita di posizione, costruita in cinquant'anni, è stata bruciata. Con il governo Meloni è saltata la dialettica comunicativa della neutralità: si è scelto di entrare a gamba tesa in guerre dalla legalità più che discutibile, dichiarando banalità senza capire le circostanze del momento né la gravità della situazione. L'Italia è entrata in una spirale di minaccia costante che prima non conosceva. L'ADRIATICO DUAL USE E IL SILENZIO COME METODO Mentre in pubblico si recitano dichiarazioni di circostanza, in silenzio prende forma un piano megalomane nel pieno Adriatico: un progetto pubblico-privato dual use che tocca l'Albania, l'isola di Sazan e la Puglia. Un asset politico, economico e militare di enorme rilevanza finanziaria, che cresce all'ombra di interessi opachi riconducibili a circuiti che si muovono dietro Israele, Emirati e Stati Uniti — e da cui le generazioni future non ricaveranno nulla. Il governo non offre nemmeno una narrativa plausibile: tace, nonostante indicazioni e direttive contrarie. E quel silenzio non è riservatezza istituzionale. È l'omertà tipica dei sistemi criminali: si tace perché parlare significherebbe rendere conto. Nel frattempo l'indotto degli armamenti prospera, e le triangolazioni ricordano pericolosamente i traffici della vecchia Jugoslavia: gli affarucci di bottega si consumano a Roma nella convinzione che la magistratura non arriverà mai a bussare a quelle porte. IL SILENZIO SU GAZA È COMPLICITÀ Lo stesso metodo si applica a Gaza: silenzio sugli attacchi illegali, silenzio sui bombardamenti dei civili, negazione dell'evidenza. Quando un ministro degli Esteri va in televisione a spiegare che il diritto internazionale "vale fino a un certo punto", non commette una gaffe: enuncia una dottrina. Il silenzio si accompagna all'inseminazione di dubbi — le voci di corridoio tanto care alla politica italiana — con dichiarazioni modificate giorno per giorno finché il pubblico non finisce per credere che siano i palestinesi ad aver commesso il crimine, che l'Iran voglia distruggere il mondo intero. Le voci diventano certezze, e la gran cassa della propaganda va in tv a raccontare bugie. Chi copre crimini di guerra con il silenzio e la manipolazione ne diventa complice. UN PAESE SCOPERTO SUL FRONTE SICUREZZA Il rischio per l'Italia non è il manifesto in sé. È che il manifesto arriva mentre il Paese è scoperto. Non esiste uno scudo credibile contro il terrorismo internazionale. Non esistono più uomini e canali in grado di condurre attività informali, perché il governo ha fatto chiudere tutte le porte, sacrificando decenni di relazioni sul fronte mediorientale per esibire fedeltà personale — non all'America come sistema, ma a Trump come persona. E il prezzo di quella follia lo paghiamo indirettamente noi. Il ministero degli Esteri prima di parlare dell'Iran dovrebbe sapere due cose: in guerra la stupidità e l'ignoranza non servono, e i doppiogiochisti vengono usati come capre da sacrificio. LA SUPPONENZA COME ULTIMO STADIO C'è un aspetto ancora più pericoloso, e tutto indica che il governo abbia imboccato questa strada: la supponenza. Quando Trump dice che la NATO è una tigre di carta, che Zelensky "non ha le carte", che l'Iran è stato colpito e distrutto e che "mi hanno chiamato, vogliono trattare", non sta facendo folklore: sta fotografando lo stato reale dei rapporti di forza, ciò che Iran e Russia stanno facendo a loro. Fare propaganda e convincersi di cose false perché ci si innamora delle notizie, fingere che tutto vada bene inseguendo piccole notizie insignificanti: questa è la fine. Un governo che non capisce la geopolitica non dovrebbe praticarla sulla pelle degli altri. Chi ha bruciato la neutralità italiana, aperto il Paese alla minaccia costante e coperto tutto con il silenzio, farebbe bene a occuparsi del proprio orticello prima che il conto — politico, giudiziario e di sicurezza — arrivi a destinazione.
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Diffuse le prime immagini della pista mobile su camion sviluppata per garantire il decollo e il recupero di grandi droni da combattimento e ricognizione anche dopo la distruzione delle piste aeroportuali.

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Gli attacchi nel Mar Nero hanno provocato diversi episodi di inquinamento marino, soprattutto a causa dei danni a infrastrutture energetiche, navi e porti

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Convogli delle RSF in movimento dalla Libia verso il Sudan Le RSF (Rapid Support Forces Forze di Supporto Rapido) paramilitare sudanese. Finanziate dall'Emirati proxi Occidentale

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Negli ultimi giorni, consistenti convogli delle Forze di Supporto Rapido (RSF), composti da veicoli modificati, equipaggiamento militare e rifornimenti logistici, si sono trasferiti dalla Libia sudorientale verso il Sudan. Gli Emirati operano come principale proxy dell'Occidente nella regione. L'addestramento dei mercenari impiegati dalle RSF verrebbe svolto attraverso società e agenzie di sicurezza britanniche, nell'ambito di un più ampio dispositivo di supporto operativo.
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