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Tutti i messaggi di Silent People sul paese italia: cronologia completa, aggiornamenti e thread collegati, dal piu recente al piu vecchio.

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TX-3492

LA VICENDA MANCINI EVIDENZIA GRAVI CRITICITÀ NELLA GESTIONE DELL’APPARATO: L’ESPOSIZIONE PUBBLICA DI UN EX FUNZIONARIO DIS POTREBBE AVER COMPROMESSO FONTI, RAPPORTI E SICUREZZA OPERATIVA.

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ArticoloLa diatriba Mancini e le guerre interne della ditta
Nel mondo delle cosiddette “spie da scrivania”, dove ci si spaccia per agenti segreti mentre, nella realtà, si è spesso poco più che funzionari impegnati a spostare carte e timbrare documenti in stanze climatizzate, l’idea stessa di servizio segreto sembra essere diventata una caricatura. L’agente segreto vero è un’altra cosa. È l’uomo che, quando tutto crolla, rimane in piedi. È quello che, con i mezzi che ha a disposizione e spesso completamente solo, affronta onde gigantesche e si assume responsabilità reali. Non quello che, comodamente seduto nel proprio ufficio, mette una firma a matita così da poterla cancellare quando le cose vanno male. E poi ci sono quelli che, se una notizia non piace al direttore, si chiudono nella propria stanza e fanno scena muta. Salvo poi tornare a casa e raccontare a tutti di aver “salvato il Paese”. È questa la parte più avvilente: la trasformazione del presunto patriottismo in una commedia di piccolo cabotaggio, fatta di protagonismi, rivalità interne, meschinità burocratiche e fughe dalle responsabilità. La vicenda Mancini, con le sue accuse e le sue guerre intestine, restituisce almeno nella percezione pubblica l’immagine deprimente di un apparato che sembra aver dimenticato il significato della parola servizio. Un sistema nel quale uomini che avrebbero dovuto agire nell’interesse dello Stato finiscono per combattersi tra loro, proteggere posizioni personali e trasformare i propri conflitti in una guerra permanente. Mancini, secondo quanto è stato raccontato, avrebbe persino perseguitato professionalmente alcuni suoi colleghi dopo essere stato,abbandonato e utilizzato come servitore di oscuri interessi geopolitici. “Non farò nemici”, avrebbe detto da Vienna. E viene da chiedersi: che razza di patriottismo è quello di chi pretende di servire lo Stato soltanto finché il sistema lo protegge? Non è accettabile che apparati pagati per tutelare gli interessi nazionali diventino teatro di vendette personali, infantilismi da adulti, guerre di corridoio e regolamenti di conti. Perché il punto è semplice: chi serve lo Stato non serve se stesso, non serve una carriera, non serve una fazione e non serve interessi politici o geopolitici estranei al mandato ricevuto. Serve lo Stato. E quando questo principio viene tradito, non siamo davanti a semplici beghe d’ufficio. Siamo davanti a un fallimento istituzionale. Il resto è soltanto teatro. Un teatro triste, costoso e profondamente indegno di un Paese che pretende ancora di parlare di interesse nazionale e patriottismo. Bisognerebbe ricordare ai direttori e a tutte le gerarchie una verità che evidentemente qualcuno preferisce non vedere: i traditori non stanno necessariamente ai piani bassi. Anzi, più si sale nella catena gerarchica, più grandi diventano le responsabilità e, di conseguenza, più devastanti possono essere i tradimenti. La domanda allora è brutale e inevitabile: noi avremmo mentito all’autorità politica? Noi avremmo disobbedito all’autorità politica? E se fosse davvero così, dov’è il coraggio di assumersene la responsabilità? Forse non c’è neppure più il pensiero autonomo necessario per porsela, questa domanda. La storia di Vladimir Vetrov dovrebbe essere ricordata proprio per questo. L’alto funzionario del KGB divenuto informatore dell’Occidente (NON PAGATO) non rappresenta soltanto la figura di una “spia” che tradisce il proprio apparato. Nella ricostruzione storica della sua vicenda emerge soprattutto la sua convinzione che il sistema sovietico e il KGB stessero contribuendo a distruggere la capacità di ricerca e innovazione della società e che la menzogna fosse diventata parte strutturale del sistema. È questo il punto che dovrebbe terrorizzare ogni apparato di intelligence: non il funzionario che disobbedisce, ma l’apparato che smette di essere capace di distinguere tra verità e menzogna. Perché quando un sistema arriva al punto di mentire alla propria autorità politica, di manipolare le informazioni e di proteggere se stesso invece dello Stato, il problema non è più il singolo funzionario. Il problema è la catena di comando. Le spie di un tempo, almeno nell’immaginario e nei casi più noti, non cercavano necessariamente ricchezza e privilegi. Oggi, invece, sarebbe legittimo domandarsi laddove esistano elementi concreti e verificabili quali interessi personali, patrimoni e rapporti finanziari ruotino attorno a determinati funzionari. Perché chi esercita poteri riservati e opera nell’ombra deve essere sottoposto a uno scrutinio ancora più severo, non a uno più indulgente. E allora basta con la retorica del patriota, dell’uomo dello Stato, dell’eroe invisibile. Un vero servitore dello Stato non ha bisogno di raccontarsi come un eroe. Deve semplicemente rispondere delle proprie azioni. E soprattutto: se davvero qualcuno ha tradito il mandato ricevuto, non bisogna cercare automaticamente il colpevole più in basso. Bisogna avere il coraggio di guardare verso l’alto. Perché il potere più grande comporta la responsabilità più grande. E quando il vertice fallisce, non può sempre essere il subordinato a pagare il conto.La vicenda Mancini, per come è stata gestita e rappresentata, è stata gestita malissimo. E il problema non riguarda soltanto un singolo uomo: riguarda il modo in cui un apparato dello Stato protegge — o non protegge — le proprie strutture, le proprie fonti e le proprie responsabilità. Perché il vero tradimento, quando si parla di apparati dello Stato, non è semplicemente quello di chi disobbedisce o rompe una regola. Il tradimento più grave sarebbe quello di chi utilizza strumenti, informazioni e strutture dello Stato per costruire la propria carriera, il proprio potere o la propria immagine personale. Se una persona che ha lavorato all’interno del DIS, che conosce procedure, contratti, fonti e meccanismi dell’apparato, viene esposta e umiliata pubblicamente, non si mette in difficoltà soltanto quella persona. Si espone e si mette a rischio un intero sistema. Si rendono vulnerabili informazioni, rapporti, metodi di lavoro e, soprattutto, quell'apparato invisibile che dovrebbe rimanere invisibile proprio per poter funzionare. Ed è qui che la domanda diventa inevitabile: questi sarebbero gli agenti segreti? Quelli che dovrebbero proteggere lo Stato finiscono per esporre pubblicamente le proprie guerre interne. Quelli che dovrebbero custodire informazioni sensibili sembrano trasformarle in strumenti di scontro personale. Quelli che dovrebbero muoversi nell'ombra finiscono sotto i riflettori per difendere carriere, reputazioni e posizioni. Se questa è l'intelligence, allora il problema non è soltanto Mancini. Il problema è un sistema che ha dimenticato che il segreto non serve a proteggere chi sta dentro l'apparato: serve a proteggere lo Stato. E quando questa distinzione viene meno, quando l'interesse personale prende il posto dell'interesse nazionale, non siamo più davanti a semplici errori di gestione. Siamo davanti a un fallimento della cultura istituzionale. E questo, per un servizio che pretende di definirsi “segreto”, è forse il fallimento più grave di tutti.
TX-3486

Il governo italiano, insieme alle sue istituzioni, è complice di un crimine di guerra: con il pretesto della sicurezza nazionale, non ha assunto una posizione di dissenso né adottato misure concrete per prendere le distanze da quanto accaduto.

TX-3431

Il governo Meloni dovrà assumersi la responsabilità politica e giudiziaria per aver fornito armi e agibilità politica a soggetti accusati di crimini di guerra.

TX-3252

GLI APPARATI DI SICUREZZA ITALIANI OPERANO SENZA UN REFERENTE POLITICO E NON CONDIVIDONO IL LAVORO

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ArticoloHANNO RUBATO IL NOME DI MATTEI
Il problema non è il Piano Mattei. È il sistema che dovrebbe attuarlo. Diplomazia, politica e apparati di sicurezza si muovono come corpi separati, impegnati a contendersi spazi, influenza e visibilità invece di perseguire un obiettivo nazionale. E gli apparati di sicurezza non hanno un referente politico. Non condividono il lavoro. Giocano a piazzare le mogli degli amici e i figli. È una droga del potere, e ha logorato il sistema Italia fino a consumarlo. La vicenda dell'ambasciatore italiano in Etiopia è l'ennesimo segnale di questo cortocircuito. Quando gli interlocutori dello Stato non si parlano, le informazioni non circolano e ogni apparato difende il proprio territorio, la politica estera diventa una guerra tra prime donne. Ma non è solo l'Africa, ed è qui che il quadro diventa serio. In Libia abbiamo perso tutto: ci usano per le fotografie mentre i turchi si prendono pian piano le fette di mercato. Sull'Iran abbiamo perso la neutralità, che era il nostro unico capitale. In Albania un fallimento dietro l'altro. In Iraq siamo scappati dopo due missili. Un tempo la nostra neutralità mascherata era l'inizio di una trattativa, il motivo per cui ci cercavano. Oggi non ci cerca più nessuno. L'allineamento del sistema Italia a un clan affaristico come la coalizione Epstein, elevato a politica estera, è il degrado più totale della nostra nazione agli occhi di miliardi di persone. Non di qualche cancelleria: di miliardi di persone. Il conto non lo pagano i protagonisti delle faide. Lo pagano le imprese italiane, lasciate a lavorare in mercati dove la credibilità dello Stato è la condizione d'ingresso, e dove non l'hanno più. E poi c'è il nome. Hanno preso quello di Enrico Mattei e ci hanno appiccicato sopra questa roba. Mattei era un patriota, uno che pagò con la vita il tentativo di sottrarre l'Italia al ricatto delle grandi compagnie, e che trattava da pari con i paesi produttori quando in Occidente nessuno si sognava di farlo. Andare in giro per l'Africa con il suo nome cucito addosso, mentre si chiede il permesso a Washington prima di aprire bocca, significa sporcare la memoria di un uomo che faceva l'esatto contrario. E significa accostare il nome dell'Italia a criminali di guerra, con le mani strette davanti alle telecamere e le fotografie che restano agli atti per sempre. Le opposizioni chiedano conto di questo fallimento. Non del titolo dell'iniziativa, ma di cosa è stato fatto in nome di Mattei, con quali soldi, con quali interlocutori e con quali risultati. Un Paese che vuole competere non può presentarsi con istituzioni che si contendono il comando. Senza una regia unica, informazioni condivise e una strategia nazionale, il Piano Mattei non è un progetto geopolitico: è la vetrina delle debolezze dello Stato italiano. E le conseguenze stanno per arrivare. Questo è solo l'inizio.
TX-3240

AVVISO ROSSO INTERPOL PER NETANYAHU PER L’INTERCETTAZIONE DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA. ALLA LUCE DELLA DETENZIONE DI DUE CITTADINI ITALIANI DA PARTE DI HAFTAR, RESTA DA CHIEDERSI SE L’ITALIA ADOTTEREBBE UNA MISURA ANALOGA NEI SUOI CONFRONTI.

TX-3230

Israele starebbe valutando un modo per allontanare l’ambasciatore italiano da Israele? E, qualora ciò accadesse, come reagirebbe l’Italia?

TX-3184

La petroliera saudita era scortata da due fregate italiane, ma è stata comunque attaccata. A questo punto la domanda sorge spontanea: quale funzione aveva la scorta, se non è riuscita a impedire l'attacco?

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L’Italia è complice di questo crimine. Le sue istituzioni hanno tradito i principi della Costituzione, protetto criminali di guerra, fornito armamenti e garantito loro agibilità politica. #GAZA

TX-3164

La frammentazione dei dossier e la mancata condivisione delle informazioni possono alterare la lettura dello scenario. Roma rischia di assumere decisioni strategiche su un quadro incompleto.

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ArticoloQuando la frammentazione istituzionale diventa una vulnerabilità strategica
La crisi libica non rappresenta soltanto un problema di politica estera. Per l'Italia è diventata una prova della qualità del proprio processo decisionale, della capacità delle istituzioni di produrre una lettura comune dello scenario e, soprattutto, della capacità politica di trasformare l'intelligence in una strategia coerente. Il problema più grave potrebbe trovarsi proprio all'interno del sistema italiano. Nel corso degli anni, alcuni dossier strategici sembrano essere stati progressivamente personalizzati da singoli apparati e funzionari, trasformandosi da patrimonio istituzionale in aree di competenza quasi esclusiva. Quando un dossier viene percepito come una fonte di influenza, carriera o riconoscimento personale, la condivisione delle informazioni rischia di diventare selettiva. Il risultato è un sistema nel quale tutti possiedono una parte del quadro, ma nessuno dispone necessariamente dell'immagine completa. Questo è particolarmente pericoloso sulla Libia. Roma dispone di strutture, tavoli interministeriali, unità di crisi, desk e strumenti di coordinamento. Il problema non è quindi necessariamente l'assenza di strutture, ma la loro capacità effettiva di funzionare come un unico sistema. Rivalità burocratiche, gelosie istituzionali, sovrapposizioni di competenze e mancata circolazione delle informazioni possono trasformare un apparato formalmente complesso in un sistema sostanzialmente frammentato. In queste condizioni, il decisore politico rischia di ricevere pezzi diversi della stessa realtà, senza avere la possibilità di ricomporli in tempo utile. Ed è qui che l'errore informativo può trasformarsi in errore strategico. Una valutazione parziale produce una decisione. La decisione crea nuovi equilibri sul terreno. Gli stessi apparati che hanno contribuito alla valutazione iniziale sono poi chiamati a interpretare le conseguenze della decisione. Se manca un vero contraddittorio, il sistema tende a proteggere la valutazione precedente anziché metterla in discussione. Il risultato può essere una forma di avventurismo amministrativo e politico: non necessariamente perché qualcuno voglia deliberatamente provocare una crisi, ma perché il sistema non dispone più di sufficienti correttivi interni per riconoscere rapidamente che la propria lettura dello scenario potrebbe essere sbagliata. La Libia è il caso più evidente. Il Paese si trova al centro di interessi energetici, militari e geopolitici che non coincidono necessariamente con quelli italiani. Washington, Ankara, Mosca, gli attori del Golfo e le diverse componenti libiche perseguono obiettivi propri. Pensare che Roma possa semplicemente scegliere un interlocutore forte e ottenere automaticamente stabilità significa sottovalutare la natura del problema. La forza può imporre un equilibrio; non può garantire da sola la pace. Una Libia apparentemente stabile perché una determinata fazione dispone di maggiore potere potrebbe infatti essere soltanto una Libia in cui le tensioni sono state congelate. Prima o poi, le fratture istituzionali, territoriali ed economiche possono riemergere. Il rischio per l'Italia è quindi di perdere progressivamente capacità di influenza proprio mentre aumenta la propria esposizione. A questo si aggiunge una questione geopolitica più ampia: il rapporto tra Roma e Washington. L'Italia rimane formalmente un alleato fondamentale degli Stati Uniti, ma questo non significa che gli interessi americani e quelli italiani coincidano automaticamente su ogni dossier. Washington può perseguire obiettivi energetici, militari e strategici che non necessariamente corrispondono alle priorità economiche e geopolitiche italiane. Per questo sarebbe un errore interpretare ogni forma di allineamento con gli Stati Uniti come una garanzia automatica degli interessi nazionali. Anche alcune recenti iniziative diplomatiche italiane ( SPAGNA) possono essere lette, in questa prospettiva, come il tentativo di rafforzare il rapporto con l'amministrazione Trump e ottenere maggiore spazio negoziale sui dossier mediterranei. Ma questa rimane un'ipotesi analitica e non una conclusione dimostrata. Il problema nasce quando una politica estera cerca nell'allineamento una protezione che potrebbe non esistere. Roma rischia di confondere il riconoscimento politico con la capacità di influenzare realmente le decisioni di Washington. Ed è qui che la Libia torna al centro della questione. Se gli interessi americani sul Mediterraneo dovessero divergere progressivamente da quelli italiani, Roma avrebbe bisogno di una strategia autonoma, non semplicemente di una maggiore disponibilità ad allinearsi. Senza questa autonomia, l'Italia rischierebbe di diventare un esecutore di equilibri definiti altrove, proprio nel quadrante geografico nel quale possiede gli interessi più diretti. La questione più delicata riguarda però il funzionamento interno dello Stato. Se ai vertici politici arrivano informazioni incomplete perché gli apparati non condividono pienamente i propri dati, se i dossier vengono trasformati in territori di competizione personale e se i tavoli istituzionali non riescono a produrre una valutazione comune, allora il problema non è più soltanto politico. Diventa istituzionale. E quando una classe dirigente conosce l'esistenza di una vulnerabilità ma non riesce a correggerla, la responsabilità non può essere scaricata esclusivamente sugli errori del singolo decisore. Occorre chiedersi chi abbia impedito al sistema di produrre un'informazione completa e un contraddittorio effettivo. Questo non significa parlare automaticamente di "alto tradimento". Un'accusa di questa gravità richiederebbe fatti, responsabilità individuali e prove precise. Ma esiste una domanda politica che non può essere elusa: quando la tutela della propria posizione personale, della propria carriera o del proprio apparato prevale sulla condivisione delle informazioni necessarie alla sicurezza nazionale, quanto può ancora essere considerato efficiente il sistema decisionale dello Stato? È questa la vera vulnerabilità italiana. Non la mancanza di intelligence. Non la mancanza di strutture. Non la mancanza di funzionari competenti. Ma la possibilità che informazioni, competenze e responsabilità rimangano frammentate, mentre il vertice politico è costretto a decidere su una realtà incompleta. Se questo meccanismo non viene corretto, la Libia potrebbe rappresentare non semplicemente un dossier perso, ma il caso emblematico di una perdita più profonda: quella della capacità italiana di leggere autonomamente il proprio ambiente strategico. E quando uno Stato smette di comprendere correttamente il terreno sul quale deve operare, il problema non è più quale alleato scegliere. Il problema è che potrebbe non essere più lo Stato a scegliere.
TX-3163

Cresce il rischio di avventurismo strategico. Informazioni filtrate e assenza di contraddittorio ai vertici possono favorire decisioni basate su valutazioni fuorvianti.

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ArticoloIl rischio dell'avventurismo decisionale
Il problema non è soltanto la direzione della politica italiana, ma il modo in cui vengono assunte le decisioni. Quando un vertice politico si circonda prevalentemente di interlocutori che confermano le proprie convinzioni, il rischio non è soltanto l'errore di valutazione: è la progressiva perdita della capacità di riconoscere l'errore prima che produca conseguenze. In questo contesto, alcuni recenti segnali possono essere letti come manifestazioni di un crescente avventurismo politico. Decisioni e prese di posizione vengono assunte con l'obiettivo di ottenere risultati immediati sul piano politico e comunicativo, mentre risultano meno evidenti una valutazione sistematica dei rischi e un piano credibile per gestire gli effetti di secondo e terzo ordine. Un ulteriore elemento di vulnerabilità riguarda il processo informativo. Se al vertice arrivano prevalentemente informazioni selezionate, rassicuranti o costruite per confermare una determinata lettura dello scenario, il decisore può finire per operare su un'immagine della realtà progressivamente distante dal terreno. In intelligence, questo rappresenta un rischio critico: non è necessario che le informazioni siano false; è sufficiente che siano incomplete, filtrate o sistematicamente orientate. A ciò si aggiunge un problema di responsabilità. In un ambiente decisionale nel quale nessuno vuole assumersi il costo politico di contraddire il vertice, gli apparati tendono naturalmente a ridurre l'esposizione personale. Il risultato può essere una catena decisionale nella quale tutti forniscono rassicurazioni, ma nessuno si assume pienamente la responsabilità di contestare una valutazione strategica. È proprio in questa condizione che possono comparire improvvisi scatti di iniziativa: una maggiore aggressività diplomatica, un'esposizione non proporzionata alle capacità effettive o una scelta tattica presentata come risultato strategico. Il problema non è necessariamente la singola decisione, ma l'assenza di un sistema capace di produrre un contraddittorio reale prima che venga assunta. La vulnerabilità italiana, quindi, non risiede soltanto nelle pressioni esterne. Risiede nella possibilità che il processo decisionale interno trasformi informazioni parziali in certezze, certezze in decisioni e decisioni in fatti compiuti.
TX-3161

LA RISPOSTA DI MADRID SEGUE UN'INIZIATIVA ITALIANA DETTATA DA ESIGENZE INTERNE. IL COSTO DELLA CONTROVERSIA NON RICADE SU CHI L'HA APERTA.

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ArticoloIL CONTO DI UN'AVVENTURA DIPLOMATICA
La risposta di Madrid è la conseguenza prevedibile di un'iniziativa italiana che non nasceva da un problema reale. Il governo cercava un'opportunità, non una soluzione. Il metodo è quello dell'avventurismo geopolitico: costruirsi un ruolo internazionale attraverso una controversia, coltivando il culto dell'ignoranza in chi ascolta. Funziona finché la controparte tace. Quando risponde, il calcolo salta, e resta soltanto il danno. Il punto è che la guerra di Meloni è con se stessa, ed è interna alla sua condizione politica. Ma le conseguenze non restano dove è nata la decisione: ricadono su chi vive di scambi, di frontiere aperte e di rapporti che funzionano. Resta da vedere cosa porterà l'autunno.
TX-3146

LA CLASSIFICA FRANCESE SULLE INTELLIGENCE PRODUCE IN ITALIA UNA REAZIONE COMPATTA IN DIFESA DEI RUOLI. NESSUNO ENTRA NEL MERITO DEL METODO.

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ArticoloNON UNA GRADUATORIA, UNA LISTA DI RESPONSABILITÀ
I francesi fanno una classifica sulle intelligence e in Italia se la prendono tutti a male. È stata rilanciata in piena estate, con il caldo, e ha risvegliato l'ambiente. Non ci interessa la graduatoria. Ci interessa la reazione, perché è quella a dire qualcosa. Nessuno ha discusso il metodo, nessuno è entrato nel merito dei criteri. Tutti si sono affrettati a difendere l'operato della casta. È una risposta di appartenenza, non di argomento, e restituisce l'informazione che la classifica non conteneva: chi si muove insieme quando il perimetro viene toccato. In estate, con i grandi mezzi fermi, uno stimolo di bassa intensità rende leggibili costellazioni di testate, nomi e narrative che nel rumore ordinario non si vedono. Antonio Teti ha replicato che l'intelligence non è uno sport olimpico e ha tirato in ballo la FIFA. Il paragone non gli giova: la FIFA è la struttura più corrotta dello sport, e chi la evoca per difendersi si mette da solo in cattiva compagnia. Resta da sperare che non arrivi un Trump a telefonare a un capo di Stato per far ritirare un cartellino rosso, anche se qualcosa del genere è già successo quando un ricercato della Corte penale internazionale ha attraversato i cieli italiani. Il metro di misura è sbagliato perché il problema non è la prestazione. È la politicizzazione dell'informazione di intelligence, di cui sono vittime tutti i servizi occidentali. La guerra in Iran lo dimostra: si è agito convinti di avere assi nella manica, tradendo trattative in corso. Il conto è pesante. Abbiamo perso l'invincibilità, che era la nostra vera arma: finché nessuno provava a colpirci, non serviva dimostrare nulla. Abbiamo perso influenza, perché chi ci ascoltava per timore adesso tratta con altri. E abbiamo scoperto di avere armamenti obsoleti e costosissimi, con prezzi fuori controllo che nessuno riesce più a giustificare. Sul mercato alimentare i prezzi sono fuori controllo e la volatilità colpisce chi compra ogni giorno. I danni sono incalcolabili e l'Occidente ne uscirà con dieci anni di crisi. E adesso ci spiegano che dobbiamo attrezzarci alle nuove sfide, la guerra cognitiva. Ma la crisi l'abbiamo creata noi, e nessuno la sta combattendo: la si sta usando per giustificare il prossimo bilancio. Sull'Italia il punto è di misura. Un Paese dovrebbe stare al proprio posto e non inseguire l'avventurismo di speculatori a cui i servizi stendono il tappeto rosso. Vale soprattutto per la Libia, dove i legami storici italiani sono indiscutibili: una volta eravamo temuti, oggi siamo usati nei tornaconti delle beghe familiari degli Haftar, e serviamo da soccorso ogni volta che ci sono difficoltà con turchi, emiratini e sauditi. A Roma servono ogni tanto le passerelle: droga per la politica quando i sondaggi scendono. Ma la questione vera non è la classifica. È la perdita della narrativa europea su democrazia e diritti civili, perduta insieme ai cittadini. La fiducia verso le istituzioni è rotta. Le abbiamo chiamate umanitarie, di pace, di liberazione dalle dittature, e si sono fermate tutte al regime change. Prima ancora c'erano i dossier falsi: il Niger gate, una patacca costruita a tavolino, su cui in Italia nessuno ha voluto commentare. E in Iraq ci sono stati cinquecentomila morti. Nessuno ha pagato per quelle morti. Nessun processo, nessuna carriera interrotta, nessuna responsabilità accertata: chi aveva firmato i dossier è rimasto al proprio posto, e in molti casi ha fatto strada. Nel frattempo siamo rimasti in silenzio davanti alla morte di bambini, all'uccisione di scienziati, docenti, studenti, medici. Abbiamo ucciso e abbiamo diffamato sapendo di diffamare. Abbiamo nascosto la verità alle società civili europee, tradito il mandato, ci siamo sottomessi all'autorità politica per tornaconto. Questo è alto tradimento, e vale per tutte le intelligence occidentali. Più che una classifica servirebbe una graduatoria delle responsabilità. Di questi tempi è meglio stare tra gli ultimi e non reagire: le reazioni di oggi sono le prove di colpevolezza di domani.
TX-3144Thread 2

La "marocchinata" del governo Meloni rappresenta un esempio di allineamento politico con Israele e gli Stati Uniti, una scelta ritenuta lesiva dell'interesse nazionale.

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TX-3139Thread 2

il governo Meloni ha scelto di allinearsi alla linea politica di Trump, compiendo una decisione destinata a segnare la storia e giudicata come un tradimento dell'interesse nazionale.

TX-3118

ROMA INVOCA UNA MINACCIA AL CONFINE CON LA SPAGNA CHE NON ESISTE. TRA 2021 E 2026 GLI INGRESSI IRREGOLARI IN EUROPA VIA ITALIA SONO STATI 478 MILA, CONTRO I 234 MILA DELLA SPAGNA.

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ArticoloQUANDO LA SICUREZZA NAZIONALE SERVE A UNA CAMPAGNA ELETTORALE
Un confine immaginario tra Italia e Spagna è diventato materia di discussione politica. Non esiste alcuna minaccia all'integrità delle frontiere dell'Unione, e non esiste alcuna minaccia per l'Italia derivante dai fatti di Ceuta. La misura invocata non risponde quindi a un rischio: risponde a un calendario elettorale. I dati lo dicono con precisione. Tra il 2021 e il 2026 gli ingressi irregolari in Europa attraverso l'Italia sono stati 478 mila, contro i 234 mila registrati attraverso la Spagna. Nel solo 2025 gli ingressi irregolari sono stati 66 mila in Italia e 36 mila in Spagna. Il rapporto è costante e va nella direzione opposta a quella dichiarata: chi invoca la protezione del confine è il Paese attraverso cui passa il doppio dei flussi. Anche la lettura della decisione spagnola è rovesciata. La regolarizzazione di 500 mila persone non produce nuovi arrivi: riguarda chi risiedeva già da tempo sul territorio. La gestione della crisi di Ceuta risponde a una politica migratoria costruita per ridurre il traffico di esseri umani, cioè per sottrarre mercato a chi lo gestisce. Presentarla come fattore di rischio significa capovolgerne la funzione. Il precedente italiano è recente e conosciuto. L'arrivo delle imbarcazioni albanesi del 1991 è stato affrontato senza sospendere alcun regime di libera circolazione. Un Paese che ha attraversato quella fase non ha bisogno di inventare confini dove non ce ne sono. La conseguenza, invece, è concreta. La sospensione di Schengen non produce sicurezza: produce controlli, ritardi e costi su un sistema economico che si regge sulla circolazione di merci e persone. È l'unico effetto misurabile di tutta l'operazione, e ricade su chi lavora, non su chi la annuncia. Non è una questione di destra o di sinistra. È che la sicurezza nazionale viene invocata a copertura di una campagna elettorale, e il registro impiegato ha portato il discorso pubblico su un livello che non si vedeva da cinquant'anni. Il Paese ne assorbirà i costi economici e reputazionali.
TX-3102
SULL'HUFFINGTON POST MATTIA FELTRI DEFINISCE I DRONI UCRAINI CONTRO LE RAFFINERIE RUSSE LA PIU' FORMIDABILE DIMOSTRAZIONE DI PACIFISMO E UNA GUERRA CHE NON UCCIDE.

SULL'HUFFINGTON POST MATTIA FELTRI DEFINISCE I DRONI UCRAINI CONTRO LE RAFFINERIE RUSSE LA PIU' FORMIDABILE DIMOSTRAZIONE DI PACIFISMO E UNA GUERRA CHE NON UCCIDE.

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ArticoloIL GENIO E IL CADAVERE
Un giornalista dell'Huffington Post ha scritto che l'esercito ucraino ha inventato la guerra che non uccide, e che i droni che colpiscono le raffinerie in territorio russo sono la più formidabile dimostrazione di pacifismo. La firma è di Mattia Feltri. Restiamo affascinati da tanta ignoranza. Uomini che hanno studiato si riducono a scrivere titoli come "il genio ucraino: ha inventato la guerra che non uccide". Atti di terrorismo spacciati per pacifismo. Un drone ha ucciso bambini, ma quelli sono errori, e l'errore non intacca la tesi. Non ci sono parole per definire una scrittura così barbara. E non vogliamo insultarlo, perché non esiste parola che gli si possa applicare senza che risulti un complimento. Il fatto è che si è persa la dottrina della follia. Una volta c'erano gli scemi del paese, e stavano al loro posto. Oggi, attraverso la scienza dell'ignoranza, quelle stesse persone sono diventate le colonne portanti dei veri padroni delle narrative. Il criterio è rovesciato, ed è lì che va guardato. Più uno è sciocco, più avanza. Chi ha un'opinione propria non serve. Chi porta prove del contrario non serve. Serve gente come Feltri, per cui i morti in guerra sono pacifismo e i droni ucraini non uccidono. Tutto questo viene scritto sui giornali, e nessuno dice niente.
TX-3063

Movimenti di voli cargo NATO e militari verso il Medio Oriente, anche dallo spazio aereo italiano. Il Governo chiarisca il ruolo dell'Italia, nel rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra. kaf3219

TX-3018

L'Italia continua a fornire supporto logistico agli Stati Uniti nell'ambito di un conflitto la cui legittimità internazionale è ampiamente contestata.

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TX-2842

A Teheran circola un manifesto della vendetta che raffigura anche la presidente del Consiglio italiana. Roma tace e sottovaluta: l'Italia ha bruciato la sua neutralità ed è entrata in una spirale di minaccia costante.

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ArticoloIl manifesto della vendetta e l'Italia allo scoperto: atto d'accusa contro un governo complice
A Teheran circola un manifesto della vendetta. Tra i volti rappresentati c'è anche quello della presidente del Consiglio italiana. La reazione delle cosiddette élite politiche romane è stata il nulla: nessuna analisi, nessuna presa di coscienza, nessuna domanda su come l'Italia sia finita in quella galleria. Questa non è prudenza. È sottovalutazione totale, ed è essa stessa un dato di intelligence: un Paese che non legge i segnali diretti contro di sé è un Paese esposto. LA FINE DELLA NEUTRALITÀ, ANCHE DI QUELLA IPOCRITA Per decenni l'Italia ha goduto di una neutralità ipocrita ma funzionale: anche gli Stati considerati "canaglia" la trattavano come terreno neutro, perché Roma garantiva il minimo sindacale della mediazione. Quella rendita di posizione, costruita in cinquant'anni, è stata bruciata. Con il governo Meloni è saltata la dialettica comunicativa della neutralità: si è scelto di entrare a gamba tesa in guerre dalla legalità più che discutibile, dichiarando banalità senza capire le circostanze del momento né la gravità della situazione. L'Italia è entrata in una spirale di minaccia costante che prima non conosceva. L'ADRIATICO DUAL USE E IL SILENZIO COME METODO Mentre in pubblico si recitano dichiarazioni di circostanza, in silenzio prende forma un piano megalomane nel pieno Adriatico: un progetto pubblico-privato dual use che tocca l'Albania, l'isola di Sazan e la Puglia. Un asset politico, economico e militare di enorme rilevanza finanziaria, che cresce all'ombra di interessi opachi riconducibili a circuiti che si muovono dietro Israele, Emirati e Stati Uniti — e da cui le generazioni future non ricaveranno nulla. Il governo non offre nemmeno una narrativa plausibile: tace, nonostante indicazioni e direttive contrarie. E quel silenzio non è riservatezza istituzionale. È l'omertà tipica dei sistemi criminali: si tace perché parlare significherebbe rendere conto. Nel frattempo l'indotto degli armamenti prospera, e le triangolazioni ricordano pericolosamente i traffici della vecchia Jugoslavia: gli affarucci di bottega si consumano a Roma nella convinzione che la magistratura non arriverà mai a bussare a quelle porte. IL SILENZIO SU GAZA È COMPLICITÀ Lo stesso metodo si applica a Gaza: silenzio sugli attacchi illegali, silenzio sui bombardamenti dei civili, negazione dell'evidenza. Quando un ministro degli Esteri va in televisione a spiegare che il diritto internazionale "vale fino a un certo punto", non commette una gaffe: enuncia una dottrina. Il silenzio si accompagna all'inseminazione di dubbi — le voci di corridoio tanto care alla politica italiana — con dichiarazioni modificate giorno per giorno finché il pubblico non finisce per credere che siano i palestinesi ad aver commesso il crimine, che l'Iran voglia distruggere il mondo intero. Le voci diventano certezze, e la gran cassa della propaganda va in tv a raccontare bugie. Chi copre crimini di guerra con il silenzio e la manipolazione ne diventa complice. UN PAESE SCOPERTO SUL FRONTE SICUREZZA Il rischio per l'Italia non è il manifesto in sé. È che il manifesto arriva mentre il Paese è scoperto. Non esiste uno scudo credibile contro il terrorismo internazionale. Non esistono più uomini e canali in grado di condurre attività informali, perché il governo ha fatto chiudere tutte le porte, sacrificando decenni di relazioni sul fronte mediorientale per esibire fedeltà personale — non all'America come sistema, ma a Trump come persona. E il prezzo di quella follia lo paghiamo indirettamente noi. Il ministero degli Esteri prima di parlare dell'Iran dovrebbe sapere due cose: in guerra la stupidità e l'ignoranza non servono, e i doppiogiochisti vengono usati come capre da sacrificio. LA SUPPONENZA COME ULTIMO STADIO C'è un aspetto ancora più pericoloso, e tutto indica che il governo abbia imboccato questa strada: la supponenza. Quando Trump dice che la NATO è una tigre di carta, che Zelensky "non ha le carte", che l'Iran è stato colpito e distrutto e che "mi hanno chiamato, vogliono trattare", non sta facendo folklore: sta fotografando lo stato reale dei rapporti di forza, ciò che Iran e Russia stanno facendo a loro. Fare propaganda e convincersi di cose false perché ci si innamora delle notizie, fingere che tutto vada bene inseguendo piccole notizie insignificanti: questa è la fine. Un governo che non capisce la geopolitica non dovrebbe praticarla sulla pelle degli altri. Chi ha bruciato la neutralità italiana, aperto il Paese alla minaccia costante e coperto tutto con il silenzio, farebbe bene a occuparsi del proprio orticello prima che il conto — politico, giudiziario e di sicurezza — arrivi a destinazione.
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La leggenda narra che, nel corso di un incontro riservato, alcuni uomini si rifiutarono di eseguire determinati ordini, dichiarando: «Se saremo costretti a rispondere alle minacce, non ci fermeremo».

La leggenda narra che, nel corso di un incontro riservato, alcuni uomini si rifiutarono di eseguire determinati ordini, dichiarando: «Se saremo costretti a rispondere alle minacce, non ci fermeremo».

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Il povero Analfabeta / Agricolo , il sopravvalutato. Ha tentato e ritentato invano e, quando non riusciva a ottenere ciò che voleva, cercava comunque di colpire, anche indirettamente. Ha inseguito il potere e, una volta raggiunto, lo ha esercitato nel modo peggiore: con arroganza, presunzione e la convinzione di essere intoccabile. Quando per anni si rimane ai margini e poi si arriva ai vertici dello Stato, il rischio è che il potere dia alla testa. È allora che personaggi mediocri, rimasti nell'ombra per anni, trovano finalmente l'occasione per riversare frustrazioni e rancori contro chi aveva cercato di fare il proprio dovere. È una vicenda tanto semplice quanto grottesca. Lo scandalo, raccontano in molti, è ancora chiuso in un cassetto, ma prima o poi verrà alla luce. L'immagine è sempre la stessa: dietro una scrivania, con gli occhiali abbassati, lo sguardo rivolto verso l'alto in segno di disappunto. Poi arrivano gli scatti d'ira, le pretese, le urla, come se bastasse alzare la voce per trasformare un'opinione in una verità di Stato. Qualcuno, molto tempo fa, aveva provato ad avvertirlo. Prima con il silenzio, poi con una frase rimasta impressa: «Se ci sarà una risposta, te la faremo sapere». La reazione fu stizzita: «Io sono lo Stato, esigo una risposta entro un'ora». Ma la risposta che ricevette fu il silenzio. Chi doveva capire, aveva già capito. Eppure molti preferirono piegarsi al potere politico del momento invece di difendere le istituzioni. Nessuno si ribellò, pochi ebbero il coraggio di esporsi. C'era chi sperava in una promozione, chi preferiva conservare la propria poltrona. Nel frattempo qualcuno si era perfino convinto di poter ambire al Quirinale, immaginando di imitare uomini del calibro di Cossiga. Un'ambizione sproporzionata, sostenuta da una corte di adulatori che scambiavano l'obbedienza per il merito. Ma le istituzioni non appartengono ai potenti di turno. Appartengono alla Repubblica e ai suoi cittadini. Prima o poi, ogni abuso, ogni arroganza e ogni eccesso di potere vengono sottoposti al giudizio della storia e, se vi saranno responsabilità accertate, anche della magistratura. A buon intenditore, poche parole.

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